domenica 3 giugno 2012

Stefano Bulfon - Quand tu étais comme avec moi dans les choses éphémères


Per il post di questo Lunedì presento un lavoro del compositore Stefano Bulfon dal lungo titolo: Quand tu étais comme avec moi dans les choses éphémères (Edizioni Nuova Stradivarius). Classe 1975, italiano, Stefano ha scritto questa pagina impegnativa per 18 musicisti e viola solista tra il 2008 e il 2009. Il brano risulta essere una commissione dell’ Ensemble Intercontemporain, che ne ha curato la prima esecuzione avvenuta a Parigi presso il Centre Pompidou il 23 Ottobre 2010, sotto la direzione di Susanna Mälkki, viola solista:Odile Auboin. Prima di passare al commento, una premessa e altre due informazioni. La premessa è che ho la fortuna di conoscere il brano non soltanto dalla registrazione, ma anche dalla partitura, dettaglio saliente nel caso in cui la musica chiama ad una riflessione più approfondita, caso che a mio avviso non si verifica sempre ma in questo lavoro sì.


Le informazioni: subito prima della legenda compaiono due citazioni che qui riporto. La prima è di Edmond Jabès,  da Le livre des Questions: "Il n’y a pas de marches dans la mer ni, dans la douleur, de degrés.", la seconda è di Lina Bolzoni da Dante, o della memoria appassionata: "Non si trattava di una memoria puramente passiva, ma di una memoria legata all'immaginazione e quindi alla capacità di ricreare, di inventare. Si insegnava a plasmare la mente, a costruirvi complesse architetture, scale, alberi, giardini, tappe di un percorso che potevano condurre a una trasformazione interiore, fino a un incontro col divino.". L'ultima informazione è relativa ai titoli delle due sezioni che compaiono in partitura: al minuto [0':41''] (in coincidenza dell'entrata nascosta della Viola) appare l'indicazione "I. (...case di vuoto e di vento)", la sezione prosegue fino al minuto [7':15''] dove in partitura compare "II. (maisons de lierre)".

Non intendo descrivere il pezzo, preferisco dirvi perché lo ritengo un lavoro importante. 

Si potrebbe facilmente leggere, nella complessità della trama, il tentativo di una creatività che nasce dalla memoria di Ferneyhough o di un certo Boulez; ma questo non mi interessa. A mio avviso questo brano chiama in maniera sottile ad una visione più profonda, sulla gestione del tempo e della forma, sulle dinamiche di un solista piegato e in tensione con il suo strumento (direi anti-eroico) e che tenta di piegare la massa, sullo scrivere lo svuotamento e l'evanescenza. Vedo in questa pagina la necessità di formulare il sensibile con il cesello. 

Non è un lavoro popolare, è interrogativo e le domande sono poste con esattezza e profonda coscienza. Si chiede, a chi mostra interesse, di mettere gli occhiali da lettura alta, piuttosto che da TV. Una richiesta rara da fare all'ascoltatore d'oggi, anche a quello che mastica musica contemporanea e che oramai si è assuefatto a discrete tipologie di ascolto: il riconoscere, lo stupirsi. Non vi trovo la pressione dell'attualizzazione del linguaggio o forzature distintive, l'impronta digitale passa attraverso il codice contemporaneo senza che questo diventi manifesto. 

Nelle parole introduttive ho già utilizzato l'aggettivo "impegnativo". Questo è uno degli aspetti che più mi attrae del lavoro, la complessità dell'ascolto è necessaria. 
Trapela da subito un grande dominio della scrittura e un alto controllo dell'arma (elemento che rischia di abbagliare ma che con coraggio non viene sacrificato) e sono rarissimi i momenti in cui il suono si fa confidenziale e intimo, sia per il rigore del pensiero sia per una sensazione di rispetto prossemico nei confronti dell'interlocutore ([6':16'']). È, a mio avviso, un lavoro in cui il parametro del controllo da parte del compositore è vitale, per permettersi di prendere di petto i molti rischi che la partitura grida. Partitura che è ad un tempo maschera e ad un tempo megafono e questo gioco è straniante, tocca il nervo, a tratti infastidisce perché il dire le cose con una maschera in faccia e poi toglierla rende tutto diverso; il tutto fa capire che non si tratta di una recita, ma di una condizione particolare in cui salienti sono le tracce e i residui che scaturiscono da un atto motorio che il compositore (in assoluto) è chiamato a fare. 

Trovo sia un interessante esempio rispetto all'"atteggiamento di radicalità" di cui abbiamo parlato, che in questo caso non mi sembra trovare soddisfazione nelle strade (ad oggi più battute) della semplificazione, ma che insiste su alcuni nodi scomodi, primo tra tutti la richiesta di un ascolto non solo epidermico ma anche aperto alla mediazione culturale come arricchimento. 

In ultimo, e per ricollegarmi ad altri pensieri apparsi su questo blog, trovo che il lavoro non sia furbo; trovo che il tasso di esposizione su ogni nota (e ce ne sono tante) sia lampante. Trovo sia fuori dal coro.

Non vorrei che il tono con cui parlo di questo brano fosse confuso per semplice entusiasmo. In definitiva mi rendo conto di non possedere le parole adatte per descrivere il mio rapporto con questa pagina che mi attrae da tempo. Mi capita molto di rado, ed è per questo, forse, che tutto me stesso è portato a schierarsi a suo favore.

7 commenti:

  1. Inauguro i commenti dicendo che apprezzo molto questo pezzo di Stefano, così come ho apprezzato il post di Marco.
    Ciò che mi tocca più profondamente di questo brano è l’immediata “verità” che traspare fin dal primo ascolto. Come dici tu giustamente Marco, non c’è furbizia o mestierato, ogni nota mi sembra essere messa appositamente in quel luogo e in quel momento. E con piena coscienza.
    Devo ammettere che fra stanotte e oggi l’ho ascoltato 5-6 volte, e se all’inizio non mi convinceva del tutto, ora ritengo di esserne pienamente convinto. Non ha un impatto immediato. Certe volte sembra di affondare in una spirale. In un baratro senza fine.
    E’ proprio questo senso di profondità però che alla fine emerge. Marco tu dici “cesellato”, io dico “scavato”, e non siamo poi troppo lontani.
    Forse sarà anche questo che può disturbare a volte, anzi magari ai “più” potrebbe venir voglia di storcere il naso di fronte a una composizione simile. Si potrebbe addirittura gridare al “démodé”, criticandone alcuni aspetti compositivi.
    Ma per quanto mi riguarda al mondo preferirei di gran lunga tanti Stefano Bulfon ai vari furbetti di turno.

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  2. Ascoltando la musica cerco di farmi un'idea, o forse una collezione di immagini mentali che essa mi suscita, e che mi dice forse qualche cosa sul suo farsi. Farò un esempio, forse troppo ludico: è come se gli oggetti sonori fossero elementi preziosi di materia, scossi insieme, magari fra le due mani, e di volta in volta ne fossero lasciati coscientemente cadere alcuni, e ne si guardasse con cognizione la lucentezza, o il movimento che lo scuotimento - del quale si conosce il campo di forze agenti - ha loro impresso. Non so se tale immagine possa corrispondere a qualcosa di fattivo, ciononostante gli oggetti, il gioco intelligente attraverso il quale sono estratti, e il tempo grazie al quale posso ascoltarli - o vederli - sono a mio avviso molto raffinati.

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  3. L'ascolto deve essere meditato. Questo è sicuro. Ero presente alla prima, e pur essendo una musica lontana da quello che cercavo, e cerco, è significativa e merita tutta l'attenzione di lettura. La cosa che più mi attira è il contenuto concettuale della musica e il confronto diretto e feroce con la scrittura, che è il terreno del fluire, finto e costruito, del tempo. Il tempo e la maniera in cui la sua oggettività cozza con il fluire che si trascolora mi sembra fondamentale nel lavoro. Marco parli di profondità dell'ascolto, di complessità dell'ascolto. Ma si tratta di complessità che è tutta nella lettura e nella scrittura, che è lontana da ciò di cui mi parlavi sul cesello artigianale e sull'asciuttezza delle figure. La profondità di quest'opera, che è radicale perchè va in fondo a un problema (mia personale definizione di radicale) ci parla della scrittura e dell'ascolto nella strutturazione del fuggire. Io colgo questo, e quindi posso dire di essere d'accordo e di essere interessato a questo punto di vista, cercando, sullo stesso problema che sento profondamente, altre soluzioni.

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  4. Grazie per i bei post. Concordo con Raffaele sullo scavo e con Eric sul fluire. Temo di non essere chiaro fino in fondo quando parlo di cesello. Ne riparleremo magari in un prossimo post. Trovo comunque in questo lavoro una notevole aderenza tra necessità e suono, forse, per disegnare in maniera spietata qualcosa di ambiguo. L'asciuttezza è una mia personale (e quindi priva di valore) tendenza recente, per altro credo condivisa da molti dei nuthinghiani (con declinazioni molto diverse). Il punto che mi sembrava importante sottolineare dopo il recente post di Andrea (semplificazione), è la tutela del valore della "non rinuncia". Il rischio è che la logica (talvolta benemerita...talvolta) del "no frills" venga fraintesa con l'omissione, con la rinuncia (talvolta modaiola) di uno scavo faticoso su ciò che invece si ritiene importante dire.
    Questo brano mi sembra un caso esemplare, il rifiutarsi di prendere le immagini a pugni a favore di un approccio dal tempo lucidamente onirico è ciò che forse qui intendo per cesello. Aderenza. Non si tratta di suoni, ma di sensibile, di pensiero, di una dimensione che è oltre l'algoritmo o la frequenza. L'immagine di Andrea Sarto mi porta poi ad una considerazione: credo sia il caso di rivalutare la parola "raffinatezza". Su questo ci sarebbe molto da dire, certe tendenze recenti + certe scelte di politica culturale + la pigrizia-furbizia dei compositori che non pensano, finiscono col dare un'accezione negativa al termine. Comodo e pericoloso, perché non si parla di "futile decorazione" ma di modo e a mio avviso le "maniere" hanno un ruolo enorme nella trasparenza del detto e nell'incremento dell'efficacia del messaggio (rischio dello schierarsi). La raffinatezza è forse uno degli aspetti più "genetici" di ogni compositore ma quando ascolto una mano che ne ha coscienza, mi sento chiamare al confronto, all'ascolto; preferisco questo rispetto a chi mi tira sabbia negli occhi.

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  5. Un commento un po' fuori dal coro: non ho particolarmente amato il lavoro quando l'ho sentito live alla prima, lo rivaluto in seguito agli ascolti successivi della registrazione. Ne apprezzo l'intimità e il virtuosismo, ne riconosco l'antipopolarità (che di per sé non è né pregio né difetto) e la necessità di un ascolto impegnato, e devo dire anche che il tuo post appassionato, Marco, mi trascina ancora più dentro il pezzo, e mi fa ritornare su alcune mie opinioni. Condivido tutte le tue considerazioni riguardo a "no frills" vs. omissione (e queste meriterebbero un post a sé). E' un confine labile, attraverso cui il "super-intellettuale" e il "per-nulla-intellettuale" si ritrovano direttamente mano nella mano.
    Per tornare al pezzo, gli episodi che preferisco sono quelli meno cesellati (multifonici piatti a 1'00, figura viola a 1'30", episodio del pianoforte a 6'50": coraggioso ed efficace, gesto della viola verso 10'58": fantastico!, che poi prelude a tutto l'episodio da 13', fino almeno a 15': per me è il momento più bello del pezzo, che poi funziona perfettamente nel solo finale). Ma mi chiedo: perché in certi momenti (specie nella prima parte) l'intimità e il virtuosismo mi sembrano quanto meno stingere la purezza di questi episodi? E' chiaro: c'è una netta intenzione formale (lo schiarirsi del contenuto in certi punti precisi, e il suo arzigogolarsi in altri), lo vedo. Ma quei momenti arzigogolati li percepisco, personalmente, come (eccessive) sfocature, più che come messa in valore degli episodi "lucidi".

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  6. Ciao. Mi sembra che stiamo tutti andando verso una scrittura "between categories" dove tutto è fattibile a patto che ci sia sforzo costruttivo e di riflessione. Per prendere un classico della letteratura che mi ispira molto nel metodo come Flaubert, le cose più semplici che ha scritto sono anche quelle più sudate, e studiate. Alla fine la semplicità diventa l'apparenza della profondità. Un pò come lo sguardo di una persona interessante, la foza di una parola. C'è modo e modo di dire, e ci sono persone che possono o non possono dire qualcosa. Così mi sembra è anche in musica. Possiamo permetterci di giocare su un terreno scivoloso soltanto se lavoriamo in profondità e nulla è lasciato al caso. Il fluire musicale è per me questo, il controllo del tempo e riuscire a mettere in luce lo speciale nel quotidiano, o il nuovo nel vecchio.. (non sono se sono stato vagamente chiaro-tbc)

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  7. Vorrei fare due considerazioni su questo pezzo.
    La prima è strettissimamente personale: la mia scrittura è oggi forse agli antipodi rispetto a quella di Bulfon. Questo pezzo mi è lontanissimo, ma questo non mi impedisce di vederne la grande bellezza. C'è una sensazione che leggo in me ascoltandolo, e potrei quasi chiamarla invidia - di una capacità artigianale eccelsa, certo, ma anche e soprattutto del coraggio di lavorare sulla pura bellezza, senza lasciarsi distrarre da nient'altro: se dovessi pensare a due compositori del passato che hanno questa qualità, mi verrebbero in mente Mozart e Chopin. Il fatto che siano tra i miei massimi eroi non è un caso.
    La seconda considerazione: "Quand tu étais…" probabilmente non collima con neanche uno (o forse con uno solo, il primo, ma non ne sono sicuro) dei punti che ho elencato nel mio post recente "NewThings". Questo è un dato di poco valore, certo, tanto più che la mia ricognizione era raffazzonata e in fondo giocosa. Però è emblematico, e non c'è dubbio che tutti ascoltando questo pezzo abbiamo pensato "inattuale". Che cosa dobbiamo pensare di questo? Che questa musica non parla al nostro tempo? O invece soltanto che non parla del nostro tempo? Che è manierista, che è inutile? E allora, giusto per mettere in campo un altro paragone ingombrante, che cosa pensiamo dei Vier Letzte Lieder a 64 anni di distanza? E come facciamo a distinguere tra Zeitgeist e moda?
    Non sono domande retoriche: sono punti su cui mi interrogo e ci interroghiamo costantemente (l'ultima volta per quanto mi riguarda è stata non più di 15 ore fa insieme a Eric), e su cui si gioca molto del senso di quello che facciamo… tbc!

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