Pochi giorni fa è morto Jonathan Harvey, cui in questo blog non abbiamo mai accennato se non superficialmente. L'occasione è triste per colmare questa lacuna. Non mi interessa in questo contesto dare uno sguardo sulla sua vita, sulla sua formazione, sulla sua spiccata spiritualità o sui suoi rapporti con altri mostri sacri (primo tra tutti Stockhausen); nemmeno mi interessa darvi una panoramica sui suoi lavori più importanti – potete trovare tutto questo su questo bell'articolo del Guardian. In breve, questo non sarà un post strettamente commemorativo, né vi spiegherà perché Harvey è stato fondamentale nei decenni passati. Servirà forse invece a cercare di capire perché Harvey sarà fondamentale nei decenni a venire. Mi interessa quindi esporre brevemente le ragioni per cui credo che Harvey, attraverso la sua musica, mi abbia insegnato qualcosa.
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lunedì 10 dicembre 2012
domenica 13 maggio 2012
ARTIFICIALE NATURALE
La cosa profondamente vera del rapporto tra naturale e artificiale, che in musica tocchiamo con mano ogni giorno, consiste nella difficoltà del distinguerne i poli. Mi capita di rispondere alla domanda sul perché la scala sia suddivisa in dodici parti uguali. E per tagliare corto dico che è arbitrario, non ci sono ragioni di fondo teoriche. Ci sono piuttosto delle ragioni pratiche che ci hanno portato a fare delle scelte, che in generazioni si accumulano. Questo mi fa sempre molto pensare e mi fa desiderare di potere rimettere tutto a zero e di fare finta di lavorare come se nulla ci fosse. Facendo così mi rendo conto delle regole che ci sono, dei limiti ed anche del perché, e anche che certe cose le farei come mi hanno sempre insegnato.
L'aspetto fondamentale del problema è che la musica, nei suoi limiti e nelle sue richieste al compositore, nella bellezza e nella bruttezza, appartiene al mondo della fiction e dell'immaginazione, del non reale che si finge tale, e per questo a volte può colorare il reale di una patina di rappresentazione supplementare, che forse è lì dall'inizio dei tempi.
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