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martedì 9 dicembre 2014

Che cosa la musica dice


Ieri sera eravamo in quattro a cena e parte delle cose seguenti sono estrapolate dai discorsi, rielaborate in un viaggio di otto ore tra Parigi e Strasburgo e messe per scritto appena trovata una presa per un computer agli sgoccioli. 

Abbiamo parlato, tra le tante cose, di senso; in particolare in relazione alla scrittura e alla tecnica. Su questo tema scivoloso e delicato ho riflettuto a lungo, ma in maniera personale, con pochi riferimenti ai dibattiti sul senso della musica. Parto, per esempio, da osservazioni banali sulla relazione tra lo scritto e il percepito: se il retrogrado di una serie dodecafonica non si sente, perché scriverlo? Ieri sera abbiamo anche parlato di Ma fin est mon commencement di Machaut; la forma palindroma appare dalla partitura e non all’ascolto. C’è anche Innere Stimme de l’Humoresque di Schumann: perché scrivere una voce da cantare interiormente? Perché scrivere quello che non si sente? 

lunedì 6 ottobre 2014

Il compositore, le sue orecchie e le sue macchine da scrivere

Questo lunedì voglio prendere come spunto per qualche riflessione il nuovo libro di Fabien Lévy, pubblicato da Vrin, "Le compositeur, son oreille et ses machines à écrire". Si tratta di un libro destinato a musicologi e compositori (in modo particolare agli studenti di composizione) che analizza i rapporti tra scrittura e composizione nella musica occidentale.

La cosa che mi ha colpito a una prima scansione è stato ritrovare questioni e temi che sento di stringente attualità: il rapporto tra il formalismo delle avanguardie e il contenuto musicale, le problematiche legate alle teorie dei temperamenti, gli interrogativi sul concetto di "complessità", la critica del riduzionismo musicale, e così via.

Il punto di partenza per l'analisi è la differenza tra "grafemologie" e "grammatologie": il primo termine si riferisce alle tecniche di trascrizione, al modo in cui un evento sonoro viene rappresentato attraverso un certo numero di segni; il secondo si riferisce alle tecniche di scrittura, alle regole e ai modi con cui i segni possono essere combinati per produrre musica. Grammatologie possono naturalmente nascere da grafemologie, nel momento in cui una certa rappresentazione dei suoni (pensiamo ad esempio all'introduzione della "nota") diventa anche un modo per lavorare con essi, di combinarli, di organizzarli. In questo caso i segni sono entità autonome, che non si limitano a trascrivere eventi, ma inducono un certo modo di pensare gli eventi stessi.

mercoledì 13 marzo 2013

Nuova pedagogia musicale #2

Un altro piccolo bonus per i lettori di questo blog: eccovi le prime pagine di alcune interessantissime novità editoriali!




lunedì 18 febbraio 2013

Kristian Ireland - Clearing I

Questa settimana voglio proporvi l'ascolto di Clearing I, di Kristian Ireland, compositore australiano nato nel 1975, formatosi principalmente negli Stati Uniti ed in particolare con Brian Ferneyhough. Dopo una pausa di qualche post ricominciamo con una promozione. Come sempre l'idea è quella di proporre compositori poco conosciuti in Italia, o quasi per nulla, come nel caso di Ireland.

venerdì 18 gennaio 2013

Nuova pedagogia musicale #1

Come piccolo bonus al di fuori dei lunedì nuthinghiani, ecco in anteprima i primi due libri della nuova raccolta Ricordi :-)



lunedì 12 novembre 2012

Riconoscimenti

Riprendo il metodo dell'esperimento mentale e vi pongo una banale esemplificazione di una situazione in cui sovente ci ritroviamo durante i concerti di musica contemporanea. Lo faccio ipotizzando di avere un microfono e di aggirarmi di nascosto fra il pubblico che ha ancora i timpani ben caldi. Tra i commenti che registro con un qualche sotterfugio ne scelgo alcuni che riporto di seguito:
"Ah ma questo sembra un Lachenmann a tempo di valzer…" "ah ma questo è un Grisey con le cadenze d'inganno …" "Ah ma questo è un Ferneyough spettrale…"

Lachenmann, Grisey e Ferneyough sono - volenti o meno - alcuni fra i possibili paradigmi coi quali abbiamo a che fare quando ci poniamo all'ascolto della nuova musica. Non sono gli unici, ripeto. Ognuno ha i propri. Vero è che che nella "cassetta degli attrezzi" simbolica che è la nostra cultura (prendo a prestito la metafora del "cultural toolkit" dalla recente tradizione sociologica americana) usiamo gli strumenti - in questo caso i compositori, oppure gli stili, o quello che vogliamo - che ci permettono di comprendere ciò che ascoltiamo. Comprendere è anche riconoscere - credo - e dunque in qualche modo - forse forzoso - riconosciamo Grisey, Lachenmann, Ferneyhough o un Franz Joseph Albano qualunque nella musica che abbiamo ascoltato.