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lunedì 17 febbraio 2014

Monumenti

Oggi voglio parlarvi di Guillaume de Machaut e di monumenti. Ve ne parlo per una ragione semplicissima: mi tocca da molto vicino nel mio percorso compositivo di questi mesi. Allora tanto vale condividere qualche riflessione sparsa, per quello che vale. (Alcune di queste riflessioni diventeranno probabilmente un articolo per la rivista francofona Mouvement.)

La mia personale scoperta di Machaut risale al periodo degli studi in conservatorio, a Bergamo, quando il mio professore di storia della Musica propose di ascoltare il famoso Ma fin est mon commencement, senza svelarci in anticipo la simmetria sottostante. 

Ma fin est mon commencement è un rondò che nasconde la struttura di un canone retrogrado, in cui le due voci superiori si scambiano a metà le linee melodiche, e le ripercorrono all’indietro del tempo, mentre il tenor a sua volta, a partire da metà brano, rilegge al retrogrado tutto ciò che aveva appena cantato (il testo ne è emblema: “ma fin est mon commencement, et mon commencement ma fin”).
La scoperta a posteriori delle simmetrie o delle regolarità ha per me un gusto tutto particolare. È l’energia di una scarica di adrenalina che mi percorre quando ho la sensazione che qualcosa mi sovrasta, che qualcosa è infinitamente più grande di me. Ho la stessa sensazione quando penso al mio posto dell’universo, o al perché percepisco il fluire del tempo. La costruzione del rondò di Machaut è talmente semplice rispetto a queste domande universali, che l’adrenalina a posteriori può sembrare esagerata. Ma dopotutto, tra le righe di quel Machaut c’è esattamente il mistero del fluire del tempo, e il gusto agrodolce della finitudine. Forse per questo i processi formali così pieni di significato danno quella scarica di adrenalina: perché sono archetipi che rimandano a domande ben più grandi.

lunedì 12 marzo 2012

Ancora la meta-cosa?

Quando ero più piccolo, avevo nella libreria un piccolo catalogo di una mostra con un dipinto di Ferroni in copertina e un grande "LA METACOSA" come titolo. Non credo di averlo mai aperto. Mi sono avvicinato a Ferroni per altre vie, ma il catalogo è rimasto chiuso nell'armadio, a meno di un metro da dove ho dormito ogni sera per vent'anni - con ogni probabilità è ancora là.

Una nota biografica di questo tipo potrebbe lecitamente essere chiosata con un grandissimo chissenefrega, però quel libro chiuso ha significato per me almeno due cose: innanzitutto è stato il primo passo per tenere la magia del contenuto confinata in un nome esoterico ed evocativo; e poi è stato una specie di scatola-nera rispetto a cui potevo provare a commisurare il mondo (essendo il suo contenuto ignoto per certi versi il miglior contrappeso per una realtà da decifrare). Da qui potrebbe partire una lunga apologia dei libri chiusi, e invece no.