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martedì 2 settembre 2014

Valutatemi per quello che la musica dice

Il post di oggi è una sorta di proposta sotto forma di sfogo; è legato in particolare alla discussione che ho seguito sul web (per quanto possibile) sul "new conceptualism"; avviata a Darmstadt, potrebbe dare il via anche alle nostre latitudini a un dibattito più ampio, se ne saremo capaci. Parto dalla proposta della discussione (che potete trovare qui):

In recent years, the contemporary music scene has witnessed a resurgence of interest in conceptual music. Proponents of this work argue against the importance of musical material progress (Materialfortschritt) in favor of "a music of this-worldliness" (Musik der Diesseitigkeit), "a music of a content-aesthetical turn" (Musik einer gehalts-ästhetischen Wende), or "a music of the digital revolution" (Musik der digitalen Revolution). Conceptual approaches to composition challenge conventional notions of authorship, craft, content and prompt a reconsideration of the role of subjectivity, the value of virtuosity, the function of media, and the relationship of contemporary music to broader cultural fields such as economics, politics, or visual arts.
What are the implications of this conceptual preference? Where has it come from, where will it lead us, and why does it hold such sway and influence at this precise historical moment?
In this debate we hope to explore issues of authorship, content, and cultural connection from both conceptual and non-conceptual orientations.

lunedì 7 aprile 2014

Psicosintesi

di Stefano Bulfon

Ringrazio gli amici di /nu/thing per avermi sollecitato questo testo, che avevo dapprincipio pensato di intitolare “Ciò di cui non si può parlare”.
Spero che il suo principale difetto  – di non essere in effetti un post,  ma una verbalizzazione di riflessioni private e personalissime  – possa non impedirgli comunque di avere qualche spunto di interesse.


Partirei da qui: per allontanarmene subito, cercando per così dire di scambiare tra loro input ed output, sul filo del pensiero che la creazione artistica (e la composizione in particolare) possa essere un bell’esempio di una “psicosintesi” che non ha il suo pendant nella psicoanalisi, per fare il verso ad una bella pagina di Blumenberg.
Non si scrive senza conseguenze_ di questo, nessuno dubita.
Che cosa è comporre: non solo “fare anima”, ma  pensiero, creare mondi.
O piuttosto scoprirli, visto che vi è un luogo in cui ogni cosa in un certo senso già esiste.
Esiste, bisogna “soltanto” andare a prenderla, e portarla da questa parte.
Con questo non mi riferisco in nessun modo alle pratiche o alle disposizioni di appoggiarsi sul già fatto, ma all’apertura, che la mente creativa possiede, su ciò che è “a venire”.
Non direi che l’unica ragione dello scrivere, né la fondamentale, sia la necessità di trovare un senso (a ciò che non è detto che ne abbia alcuno); ma esiste anzi una scrittura che è creazione di apparenti non-sensi, di interstizi di ignoto (nei quali presto nuovi sensi verranno ad annidarsi), coagulazione di enigmi, movimento d’anima.