Complessità è una parola che è stata usata molte volte su questo blog: ne ha sviscerato meravigliosamente i gli anfratti più minacciosi Daniele Ghisi nel suo ultimo post. Non so dirne molto di più, se non che tra le musiche che amo ce ne sono di apparentemente semplicissime (l'Andante del 467), di manifestamente complessissime (l'Arte della Fuga); di manifestamente semplicissime (i Rolling Stones) e di apparentemente complessissime (Unity Capsule).
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martedì 27 gennaio 2015
lunedì 7 aprile 2014
Psicosintesi
di Stefano Bulfon
Ringrazio gli amici di /nu/thing per avermi sollecitato questo testo, che avevo dapprincipio pensato di intitolare “Ciò di cui non si può parlare”.
Spero che il suo principale difetto – di non essere in effetti un post, ma una verbalizzazione di riflessioni private e personalissime – possa non impedirgli comunque di avere qualche spunto di interesse.
Partirei da qui: per allontanarmene subito, cercando per così dire di scambiare tra loro input ed output, sul filo del pensiero che la creazione artistica (e la composizione in particolare) possa essere un bell’esempio di una “psicosintesi” che non ha il suo pendant nella psicoanalisi, per fare il verso ad una bella pagina di Blumenberg.
Non si scrive senza conseguenze_ di questo, nessuno dubita.
Che cosa è comporre: non solo “fare anima”, ma pensiero, creare mondi.
O piuttosto scoprirli, visto che vi è un luogo in cui ogni cosa in un certo senso già esiste.
Esiste, bisogna “soltanto” andare a prenderla, e portarla da questa parte.
Con questo non mi riferisco in nessun modo alle pratiche o alle disposizioni di appoggiarsi sul già fatto, ma all’apertura, che la mente creativa possiede, su ciò che è “a venire”.
Non direi che l’unica ragione dello scrivere, né la fondamentale, sia la necessità di trovare un senso (a ciò che non è detto che ne abbia alcuno); ma esiste anzi una scrittura che è creazione di apparenti non-sensi, di interstizi di ignoto (nei quali presto nuovi sensi verranno ad annidarsi), coagulazione di enigmi, movimento d’anima.
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