Complessità è una parola che è stata usata molte volte su questo blog: ne ha sviscerato meravigliosamente i gli anfratti più minacciosi Daniele Ghisi nel suo ultimo post. Non so dirne molto di più, se non che tra le musiche che amo ce ne sono di apparentemente semplicissime (l'Andante del 467), di manifestamente complessissime (l'Arte della Fuga); di manifestamente semplicissime (i Rolling Stones) e di apparentemente complessissime (Unity Capsule).
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martedì 27 gennaio 2015
lunedì 6 ottobre 2014
Il compositore, le sue orecchie e le sue macchine da scrivere
Questo lunedì voglio prendere come spunto per qualche riflessione il nuovo libro di Fabien Lévy, pubblicato da Vrin, "Le compositeur, son oreille et ses machines à écrire". Si tratta di un libro destinato a musicologi e compositori (in modo particolare agli studenti di composizione) che analizza i rapporti tra scrittura e composizione nella musica occidentale.
La cosa che mi ha colpito a una prima scansione è stato ritrovare questioni e temi che sento di stringente attualità: il rapporto tra il formalismo delle avanguardie e il contenuto musicale, le problematiche legate alle teorie dei temperamenti, gli interrogativi sul concetto di "complessità", la critica del riduzionismo musicale, e così via.
Il punto di partenza per l'analisi è la differenza tra "grafemologie" e "grammatologie": il primo termine si riferisce alle tecniche di trascrizione, al modo in cui un evento sonoro viene rappresentato attraverso un certo numero di segni; il secondo si riferisce alle tecniche di scrittura, alle regole e ai modi con cui i segni possono essere combinati per produrre musica. Grammatologie possono naturalmente nascere da grafemologie, nel momento in cui una certa rappresentazione dei suoni (pensiamo ad esempio all'introduzione della "nota") diventa anche un modo per lavorare con essi, di combinarli, di organizzarli. In questo caso i segni sono entità autonome, che non si limitano a trascrivere eventi, ma inducono un certo modo di pensare gli eventi stessi.
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lunedì 29 aprile 2013
"Non è più tempo di tagliatori di diamanti"
Torno per l'ennesima volta sulla mia ossessione: quali sono le cause del nostro isolamento? Qualche tempo fa, in risposta all'ultimo post di Marco, avevo lanciato una domanda: ci sono state, nella produzione dei compositori che ci hanno preceduti, anche ragioni puramente musicali che hanno fatto scappare il pubblico che invece Berio, Maderna, Donatoni avevano? Ho ritrovato di recente una citazione di Berio che forse non avevo mai veramente capito, e dalla quale è scaturita una riflessione, no, piuttosto un insieme di sensazioni disorganiche che proverò ora a condensare in qualcosa che assomigli a un pensiero: generalizzando, semplificando, ma - spero - riuscendo a scovare qualche indizio che ci aiuti a capirci qualcosa.
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