lunedì 15 giugno 2015

Programmi di sala

Mi annoiano profondamente i programmi di sala in cui il compositore mi spiega quali intervalli ha usato, su quale principio combinatorio è basata la forma del pezzo o quali inedite tecniche di trattamento del suono elettronico ha impiegato. Mi fanno sempre pensare che non ci sia nulla di più interessante da sapere sulla musica, su ciò che vuol dire o che vi posso leggere: mi interesserebbe piuttosto conoscere i libri o i film o i cibi preferiti del compositore, capirei di più. E se invece provassimo a immaginare, per i nostri pezzi o quelli dei nostri amici o dei nostri idoli, degli shameless ads, dei piccoli furbi testi che provino a suggerire a chi non è del mestiere, a chi se ne frega degli intervalli e della combinatoria e dell'informatica musicale, dove guardare, che cosa si può cercare in questo o quel pezzo e perché, magari, lo si potrebbe anche amare? Nel mio mondo ideale ci sarebbero dei bravi copywriter che farebbero questo mestiere. In mancanza di meglio, così, per scherzo o per esperimento, ci provo io, con tre pezzi che hanno fatto la storia (di uno avevo già parlato tempo fa, mi perdonate?), scelti apposta per rendermi il compito facile.

lunedì 25 maggio 2015

Is composition not research?

Il post di oggi prende spunto da un articolo che John Croft ha pubblicato su Tempo, una rivista dedicata alla musica d’oggi. Si tratta di un provocante articolo intitolato Composition is not research. Da dove viene questa asserzione così marcata? 

Per coloro che conoscono poco il contesto anglosassone -  e via via sempre più continentale -  lo studio della composizione è fatto principalmente in Università. Ci sono dipartimenti di musica che non solo formano musicologi ma anche compositori e interpreti. Il quadro è allora diverso da quello dei Conservatori, in cui si formano musicisti secondo schemi che derivano dalla divisione delle belle arti fatta nel diciottesimo secolo. Nei Conservatori l’arte si insegna tramite le tecniche e la storia; quello che si dice con quelle tecniche antiche e tutte quelle nuove è affare dell’artista, del pubblico e del gusto. Per dirla in maniera schematica, "nel migliore dei mondi possibili", il successo artistico dipende da quanto i pezzi sono apprezzati, dalla forza, inventività e solidità tecnica dell’artista. Nelle Università è invece richiesto all’artista di definire, a parole, la sua poetica e la sua posizione estetica, contestualizzando il suo pensiero nella migliore maniera possibile. 

martedì 5 maggio 2015

Impuls



Con questo post vorrei parlare di una importante realtà internazionale poco oltre la frontiera: il festival Impuls di Graz.
L’accademia, fondata da Beat Furrer e Ernst Kovacic solo pochi anni fa, promuove in maniera instancabile la musica contemporanea e i suoi principali attori, non solo compositori (giovani), ma anche strumentisti e ensembles.
L’anima di questo festival però è rappresentata da una persona, Ute Pinter, che in maniera instancabile porta avanti tutta una serie di azioni, da quelle organizzative alla comunicazione.

Non ho avuto la possibilità di seguire per intero il festival, mi limiterò quindi ad una semplice cronaca.
Le attività offerte dall’accademia austriaca si dipanano fra reading sessions con ensemble rinomati, discussioni aperte, workshops di improvvisazioni live con elettronica, masterclasses e ovviamente concerti, permettendo dunque anche ai giovanissimi un approccio non solo teorico alla musica contemporanea ma anche pratico. E’ molto forte dunque l’aspetto dello scambio, della condivisione, della scoperta. 
In qualche modo mi ricorda da vicino Darmstadt, potremmo perfino dire che il pubblico che anima la piccola cittadina austriaca durante il mese di febbraio sia lo stesso che in estate si sposta verso la rinomata città tedesca (…e poi potenzialmente anche verso Donauschingen).
Particolarmente interessante notare questo grafico che ho trovato sul sito di Impuls dove si denota la statistica riguardante la presenza delle varie nazionalità presenti al festival. Notate nulla di strano? Beh, la presenza italiana è al primo posto!

lunedì 20 aprile 2015

Ashley Fure - Something to Hunt

Ashley Fure è una compositrice americana classe 1982 ma sul fatto che sia americana e sulla sua biografia in generale parlerò in seguito. La musica di Ashley Fure non è programmata in Italia ma la sua azione ha un respiro internazionale, i suoi lavori hanno ricevuto alcuni dei premi più importanti e tra questi ne cito uno in particolare: il Kranichsteiner Music Prize della città di Darmstadt. Per parlare di questa voce, che ritengo preziosa, parto da qui, perché il premio in oggetto non è semplicemente assegnato per un bel pezzo: è un riconoscimento di più ampio respiro che guarda al profilo artistico attuale e al valore potenziale di una vita di scrittura. 


Vi propongo dunque la registrazione live della prima esecuzione assoluta di “Something to Hunt”, un brano per sette strumenti presentato dall'ensemble Dal Niente a Darmstadt nel 2014, al tempo stesso prendo questo lavoro come se fosse una scusa, in realtà vorrei parlarvi di questa compositrice riflettendo su alcune caratteristiche della sua poetica. 

lunedì 13 aprile 2015

III Raduno Internazionale del Kazoo Sinfonico "Johnny Diotallevi-Tedeschi"

Ci è pervenuta la brochure di questo interessantissimo evento, e ci è parso criminale non portarla all'attenzione di un pubblico più ampio.

lunedì 30 marzo 2015

Daniel Zea - Henry in the sky with diamonds

Questa settimana vorrei proporvi un pezzo breve: "Henry in the sky with diamonds", per controtenore e ensemble, di Daniel Zea, un compositore di cui non abbiamo ancora parlato in questo blog (colmo volentieri questa lacuna). 



Daniel Zea ha un profilo molto interessante, con un approccio schietto al suono elettronico. Le idee di performance, installazione, coreografia, lo accompagnano spesso nei suoi progetti. Mi piace in lui, oltre all'approccio all'"elettricità sonora", anche l'idea che un compositore possa sviluppare progetti invece che "pezzi". (La parola "pezzo" è già di per sé indicativa della parzialità dell'oggetto: come è bello però quando le cose sono talmente organiche da essere autonome. E se un pezzo è una visione del mondo, allora non può essere più solo un pezzo.)

Henry in the sky with diamonds è un brano puramente acustico. Il contesto in cui si colloca è importante per capirne la prospettiva: si inserisce in una serata composta da molti piccoli pezzi (costruiti a partire dall'aria Here the deities approve di Purcell), suonati dall'Ensemble Recherche, come omaggio in una serata per i 50 anni della Fondazione Royaumont. Quindi si tratta, per definizione, di un "pezzo d'occasione". Cerco di spiegare perché mi piace, e perché mi ha colpito particolarmente nella sequenza dei brani della serata.

martedì 17 marzo 2015

Clara Maïda – Doppelklänger

Cerco di tradurre la nota di programma di sala che Clara Maïda scrive per Doppelklänger (2008), per pianoforte preparato, che trovate qui.




“Il titolo […] è derivato dal termine tedesco Doppelgänger. [Esso] significa “doppio” o “sosia” ed è impiegato nella sfera paranormale per designare il doppio fantasmatico di una persona vivente, oppure per indicare il fenomeno della bilocazione – un altro-me-stesso visibile in un altro punto dello spazio. E' anche un tema che può afferire al campo letterario (Jean-Paul, Guy de Maupassant, etc.) come a quello psichiatrico – in cui possiamo interpretare tale fenomeno come una turba mentale di dissociazione della personalità”.