Oggi voglio parlare di pezzi lunghissimi, cioè tanto tanto tanto lunghi, possibilmente che più lunghi non si può. Lunghissimo non vuol dire fichissimo, come cortissimo non vuol dire scarsissimo, e siamo d'accordo. Però ho sempre pensato che comporre musica di smisurata lunghezza fosse una sfida entusiasmante, improba e anche un po' misteriosa. Subito balzano alla mente diverse domande: quanto tempo ci vuole per scrivere un pezzo di sei ore e un quarto? E un pezzo di tredici ore? E uno di settantotto settimane? No, dai, osiamo di più: sedicimila lustri.
lunedì 5 maggio 2014
lunedì 21 aprile 2014
Ondřej Adámek - Kameny
In questo lunedì post-pasquale vorrei parlarvi di Kameny, un lavoro molto particolare per coro di 24 voci e grande ensemble di Ondřej Adámek, interessante compositore ceco nato a Praga nel 1979, la cui estetica è principalmente basata sulla ricerca sonora e sull'uso di strumenti trattati in maniera anticonvenzionale o di propria invenzione.
Ci sono varie cose che mi hanno affascinato di questo brano, in primis il tessuto drammaturgico e l’intreccio narrativo attraverso il quale i coristi e gli strumentisti si trovano a interagire, il trattamento della parola, gestito a volte in maniera del tutto anticonvenzionale e corroborato da alcuni strumentini (pietre, tubi, tamburi etc.) con i quali vengono forniti gli interpreti, e infine la semplicità e la chiarezza, formale e gestuale, che in qualche modo traspare fin dall'inizio del lavoro col suo procedere netto e essenziale.
Gli interpreti di questa esecuzione sono musicisti di altissimo livello e fanno capo a una produzione internazionale, a iniziare da George Benjamin, qui in veste di direttore, che risulta solido e brillantemente coinvolto alla guida del parigino Ensemble Intercontemporain e al tedesco SWR Vokalensemble Stuttgart. La registrazione qui proposta è stata effettuata alla Cité de la musique il 29 gennaio 2013.
lunedì 7 aprile 2014
Psicosintesi
di Stefano Bulfon
Ringrazio gli amici di /nu/thing per avermi sollecitato questo testo, che avevo dapprincipio pensato di intitolare “Ciò di cui non si può parlare”.
Spero che il suo principale difetto – di non essere in effetti un post, ma una verbalizzazione di riflessioni private e personalissime – possa non impedirgli comunque di avere qualche spunto di interesse.
Partirei da qui: per allontanarmene subito, cercando per così dire di scambiare tra loro input ed output, sul filo del pensiero che la creazione artistica (e la composizione in particolare) possa essere un bell’esempio di una “psicosintesi” che non ha il suo pendant nella psicoanalisi, per fare il verso ad una bella pagina di Blumenberg.
Non si scrive senza conseguenze_ di questo, nessuno dubita.
Che cosa è comporre: non solo “fare anima”, ma pensiero, creare mondi.
O piuttosto scoprirli, visto che vi è un luogo in cui ogni cosa in un certo senso già esiste.
Esiste, bisogna “soltanto” andare a prenderla, e portarla da questa parte.
Con questo non mi riferisco in nessun modo alle pratiche o alle disposizioni di appoggiarsi sul già fatto, ma all’apertura, che la mente creativa possiede, su ciò che è “a venire”.
Non direi che l’unica ragione dello scrivere, né la fondamentale, sia la necessità di trovare un senso (a ciò che non è detto che ne abbia alcuno); ma esiste anzi una scrittura che è creazione di apparenti non-sensi, di interstizi di ignoto (nei quali presto nuovi sensi verranno ad annidarsi), coagulazione di enigmi, movimento d’anima.
lunedì 31 marzo 2014
Gilberto Cappelli - Blu oltremare/Per Fausto
Parlare di compositori e brani è per me parlare del mio modo di ascoltare in un momento preciso. Sono attirato dai compositori con uno stile secco e un taglio netto, nel senso della fattura e della precisione concettuale della scelta. Per me comporre è questione di scelta, quella della materia, della tensione dell’arco e della progressione emotiva. Tutto si riunisce, e i compositori che sono capaci di mettere insieme queste mie esigenze di ascoltatore sono pochi e tra di loro non c’è un’apparente vicinanza, ma una sorta di sostrato comune che è dato dall’intensità e dal rigore verso il proprio originale punto di vista. Mi piace potere percepire l’aspetto non propriamente percettivo di un brano.
lunedì 17 marzo 2014
Regole. Tra suono e politica.
-... fu una grande soddisfazione, riuscii a fare avere le risorse necessarie al teatro e così poterono allestire tre opere. Poi, con riconoscenza che mi commosse, mi chiesero come potersi sdebitare e allora confessai il mio amore per il Don Giovanni di Mozart, che ha quel bel duetto: "Là ci darem la mano". Mi dissero che avevano già programmato il Don Giovanni un anno prima, ma questo non sarebbe stato un problema, e non lo fu. -
La funzione sociale dei Direttori Artistici è importante quanto quella di chi costruisce i ponti delle autostrade o le scuole. Partiamo da una considerazione banale: se vuoi diventare Direttore Artistico devi essere nominato da un politico o da entità che godono d’influenza politica. Procedure selettive pubbliche (concorsi) semplicemente non esistono, o se esistono sono ben nascosti e soprattutto non si conoscono i criteri di giudizio. Alla fine vieni scelto. Punto.
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lunedì 3 marzo 2014
Andrew Hamilton - Music for people who lose people
Qualche giorno fa è apparso su questo blog un intervento nel quale un lettore - tra le altre cose - diceva più o meno che si sente la mancanza di personaggi che possano vantare un qualche appeal pop. Sono d'accordo: un po' di attitudine pop è qualcosa di cui c'è grande carenza, e che invece potrebbe costituire un segno importante di modernità.
È in questo contesto che mi è venuto in mente un compositore che ho incrociato alcune volte, l'irlandese Andrew Hamilton, e una sua opera che mi piace molto, "Music for people who lose people".
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lunedì 17 febbraio 2014
Monumenti
Oggi voglio parlarvi di Guillaume de Machaut e di monumenti. Ve ne parlo per una ragione semplicissima: mi tocca da molto vicino nel mio percorso compositivo di questi mesi. Allora tanto vale condividere qualche riflessione sparsa, per quello che vale. (Alcune di queste riflessioni diventeranno probabilmente un articolo per la rivista francofona Mouvement.)
La mia personale scoperta di Machaut risale al periodo degli studi in conservatorio, a Bergamo, quando il mio professore di storia della Musica propose di ascoltare il famoso Ma fin est mon commencement, senza svelarci in anticipo la simmetria sottostante.
Ma fin est mon commencement è un rondò che nasconde la struttura di un canone retrogrado, in cui le due voci superiori si scambiano a metà le linee melodiche, e le ripercorrono all’indietro del tempo, mentre il tenor a sua volta, a partire da metà brano, rilegge al retrogrado tutto ciò che aveva appena cantato (il testo ne è emblema: “ma fin est mon commencement, et mon commencement ma fin”).
La scoperta a posteriori delle simmetrie o delle regolarità ha per me un gusto tutto particolare. È l’energia di una scarica di adrenalina che mi percorre quando ho la sensazione che qualcosa mi sovrasta, che qualcosa è infinitamente più grande di me. Ho la stessa sensazione quando penso al mio posto dell’universo, o al perché percepisco il fluire del tempo. La costruzione del rondò di Machaut è talmente semplice rispetto a queste domande universali, che l’adrenalina a posteriori può sembrare esagerata. Ma dopotutto, tra le righe di quel Machaut c’è esattamente il mistero del fluire del tempo, e il gusto agrodolce della finitudine. Forse per questo i processi formali così pieni di significato danno quella scarica di adrenalina: perché sono archetipi che rimandano a domande ben più grandi.
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