lunedì 27 maggio 2013

Filippo Perocco - Studi per violino

Con questo post inauguriamo un cambio di modalità nel blog: proviamo a accantonare il sistema dei semafori, per cercare di parlare di un numero maggiori di brani (date un'occhiata alla pagina /nu/list). L'obiettivo è sempre parlare di ciò che ci piace o ci ha colpito, e segnalarvelo, e discuterne.

Oggi vi propongo alcuni studi per violino solo di Filippo Perocco, che ho sentito recentemente dal vivo all'Istituto Italiano di Cultura di Parigi, suonati da Marco Fusi. Il lavoro mi ha sinceramente colpito: tornato a casa, l'ho cercato su internet per proporvelo, trovando solamente il filmato che vedete poco più in basso. Non gli rende giustizia; non tanto per una questione di esecuzione (è sempre l'impressionante Marco Fusi che suona nel video su Youtube, benché ho la sensazione che nell'esecuzione di Parigi i pezzi fossero "maturati" – il che è abbastanza naturale), piuttosto perché credo che questo brano rientri nel novero di quelli che fanno vibrare qualcosa di speciale dal vivo, altrimenti la magia un po' si perde.



lunedì 13 maggio 2013

"Rassegno le dimissioni dalla Nuova Musica"

Desidero qui riassumere, e in parte tradurre, l'articolo del musicologo e critico Michael Rebhahn, "I Hereby resign from New Music", che sarà pubblicato sui Darmstaedter Beitraege zur Neuen Musik, Vol. 22, nel 2014. Gli argomenti sollecitati si riallacciano al nostro primissimo post sulla morte della musica contemporanea. Questo testo continua il dibattito allargandolo a un contesto internazionale. Potete scaricare il testo originale qui.

Il problema toccato non è più la morte della musica contemporanea ma piuttosto il radicale cambiamento del sistema di produzione e diffusione della musica di ricerca: le accademie di oggi si basano sulle avanguardie di ieri e la musica che definiamo contemporanea non ha più, se mai lo ha avuto, un impatto o almeno un dialogo con la società attuale.

Condivido i punti che Rebhahn enuncia e mi lascio un po' di tempo per immaginare una risposta che spero venga da un dibattito tra di noi. Tuttavia ci sono delle criticità che voglio anticipare anche per introdurre il testo. Rebhahn propone una tassonomia sociologica del compositore di oggi. Tuttavia questa tassonomia si basa su alcuni argomenti che non condivido appieno, in particolare nella nozione del "conservatore". Secondo Rebhahn, il compositore conservatore è quello che dedica il suo tempo a affinare e perfezionare il suo linguaggio diventando così un artigiano senza idee. Non condivido il punto per due ragioni che enuncio molto brevemente lasciando aperto il dibattito. La prima: la fattura musicale non può e non deve essere un problema, anzi. Si possono dire tante cose, piene di contenuto, con molta eleganza. La seconda: mi sembra che Rebhahn limiti il campo della creazione musicale in qualcosa di più stretto e definito teoricamente, facendo così la stessa mossa che si fece riguardo alla Neue Musik del dopoguerra.

Su un punto sono invece assolutamente d'accordo. La categoria di "musica contemporanea", morta e desueta, deve lasciare il posto a un maggiore intervento dei compositori nella realtà sociale e nel rapporto con le altre arti. Penso che la situazione economica e sociale attuale abbia bisogno di nuovi contenuti ai quali noi dobbiamo contribuire. 

venerdì 3 maggio 2013

Concorso Internazionale della Cavatina Subacquea

Portiamo all'attenzione dei Sigg. Maestri un nuovo concorso di composizione promosso dall'associazione lirica "Musica Bella".


Scarica qui il pdf del volantino con il regolamento.

lunedì 29 aprile 2013

"Non è più tempo di tagliatori di diamanti"



Torno per l'ennesima volta sulla mia ossessione: quali sono le cause del nostro isolamento? Qualche tempo fa, in risposta all'ultimo post di Marco, avevo lanciato una domanda: ci sono state, nella produzione dei compositori che ci hanno preceduti, anche ragioni puramente musicali che hanno fatto scappare il pubblico che invece Berio, Maderna, Donatoni avevano? Ho ritrovato di recente una citazione di Berio che forse non avevo mai veramente capito, e dalla quale è scaturita una riflessione, no, piuttosto un insieme di sensazioni disorganiche che proverò ora a condensare in qualcosa che assomigli a un pensiero: generalizzando, semplificando, ma - spero - riuscendo a scovare qualche indizio che ci aiuti a capirci qualcosa.

lunedì 15 aprile 2013

Gesti #2

Al termine del post pubblicato poco tempo fa ho posto alcune domande in merito al ruolo del gesto nel tempo musicale, in ciò che chiamiamo forma, e di un suo possibile senso nel fare compositivo.

Quest'ultima mi sembra la domanda chiave, quella che dà senso a tutto il resto. Altrimenti detto: c'è davvero bisogno del gesto per comporre?

La risposta non la conosco. Posso azzardare dicendo che non è così importante... migliaia di compositori lavorano attraverso elementi e strategie diverse, lo sappiamo bene: dialettica, ritaglio, campi armonici, ironia, ibridazione, saturazione, formalizzazione, alea, anti-retorica, lavoro, e via così. Ognuno di tali termini può dire qualcosa di quell'oggetto verbalmente sfuggente che scriviamo con le note e ascoltiamo con le orecchie, e del modo col quale ci rapportiamo ad esso.

Probabilmente anche il gesto rientra in tale discorso. Per qualcuno può essere importante, per altri niente affatto. Per coloro che vi hanno a che fare si apre una pletora di definizioni diverse di ciò che è o non è gesto, e che costituiscono un insieme ben poco coeso – e ne ho citate alcune all'inizio del post precedente. Tutte sembrano avere bisogno di qualcos'altro per possedere un senso.

domenica 31 marzo 2013

Musica e teatro #2

Io sento e scrivo questi testi come se fosse musica. Si tratta di una sorta di variazioni su temi che decompongo progressivamente e che diventeranno (ir)riconoscibili quando il testo sarà pronto. 
G. Aperghis 

“A seguito di questa evoluzione provocata dal demiurgo gli uomini persero i loro corpi sonori, luminosi e trasparenti, e cessarono di librarsi nell'aria. Divennero pesanti e opachi e, allorché cominciarono a mangiare i prodotti della terra, la loro natura acustica si attutì a tal punto che rimase loro soltanto la voce.” 
(Marius Schneider, La musica primitiva, Adelphi 1992, p.37) 




Come promesso la volta scorsa, con il presente riprendo, senza voler per questo essere esaustivo, il discorso riguardante il rapporto fra “musica e teatro”, fornendo qui una nuova retrospettiva. 

Nel post precedente vi parlai di Kagel e le sue sperimentazioni. Intendo continuare nello stesso filone  musical-drammaturgico parlando di quello, che secondo me, rappresenta il suo erede naturale: Georges Aperghis

Sono molti i lavori che ho avuto occasione di vedere/ascoltare dal vivo o in registrazione, e mi hanno sempre colpito ed entusiasmato per lo speciale trattamento che egli riserva all’apparato testuale ancor prima che musicale. Le parole, le sillabe, non sono semplici fonemi, ma qualcosa di più. E molto spesso sembra quasi che la componente teatrale risulta essere aliena, o quasi mai presente allo stadio iniziale nelle intenzioni del compositore.